Run numero 12 Bis  -  Settembre 1992

     La Bella Lavandaia

     Una lapide a ricordo dei caduti di Istrago  sul fronte russo

     Nadia De Rosa : Un pensiero

     La Chiesa di San Biagio

     Libroia : Tauriano o Istrago?

     Figura caratteristica: Il figlio di Aldo Bount

     Funghi nelle nostre zone

 

 

 

 

 

 

 

La Bella Lavandaia


Oggigiorno si riempie il cestello, si versa il detersivo nella vaschetta, si preme il tasto e via; la lavatrice è pronta per restituirci in breve il bucato candido e profumato, proprio simile a quello che ci viene quotidianamente promesso dagli spot televisivi. Ma sino a pochi decenni fa, tutto ciò era davvero impensabile nelle nostre case; ben lo sanno le donne cui era destinato il gravoso compito di fare il bucato a mano. Come per tanti altri umili gesti quotidiani cui una ritualità spontanea conferiva un tono di profonda dignità, anche la lavandaia doveva attenersi a regole ben precise che le giovinette, sotto lo sguardo vigile delle più anziane, imparavano ben presto a rispettare. Dopo la meritata pausa festiva era generalmente il lunedì la giornata dedicata al bucato; curve sotto il pesante "buine" tenuto in equilibrio dai grossi cesti traboccanti biancheria, le donne partivano alla volta della Roggia grande, la cui copertura su pilastri in cemento risale alla fine degli anni cinquanta e che attualmente versa in stato di malinconico abbandono. In tempi meno recenti l'acqua, non ancora incanalata, scorreva a livello del terreno e al lavatoio si accedeva mediante alcuni gradini sottostanti la strada principale. Le sue acque provenivano dalla roggia di Lestans che a sua volta aveva origine in località Madonna del Zucco, ove una derivazione sul torrente Cosa permetteva la presa delle acque. Per fare il bucato le nostre donne si portavano appresso un "genoglet" in legno per attutire un po' il contatto con la terra, mentre poco distante buoi, mucche e animali da tiro si avvicendavano all'abbeverata. Il “lavador” diventava ben presto teatro di risa, canti e chiacchiere scambiate nell'aria tersa del mattino; ci avrebbero pensato poi le acque limpide a ridare splendore a quei panni, che, una volta stesi al sole, avrebbero riacquistato il loro primitivo candore. Durante l'estate le donne delle famiglie più numerose che, poverette, non avevano mai sufficiente tempo a disposizione, si recavano alla Roggia durante le ore notturne e c'é un posto, visibile ancor oggi, in cui appendevano un lume per potersi muovere agevolmente nell'oscurità! Purtroppo però, la bella stagione volgeva al termine sempre troppo velocemente e quando ormai l'impietoso vento del nord investiva con il suo alito gelido le pianure, una spessa crosta di ghiaccio rendeva inaccessibili le turbinose acque della Roggia. Ma con la tenace capacità che caratterizza l'animo femminile, le nostre ingegnose nonne si aprivano uno spiraglio con getti d'acqua calda e stringendo i denti sotto il morso acuto dei geloni, assolvevano in fretta il loro ingrato compito, auspicando l'arrivo della primavera. A casa, per asciugare i panni ci si arrangiava alla meglio, stendendoli magari un po' accanto al fuoco, ma soprattutto evitando cambi troppo frequenti. E finalmente, quando in un trionfo di profumi e colori, la bella stagione rinnovava i suoi splendori, i ballatoi delle vecchie case si ornavano nuovamente degli allegri festoni di indumenti stesi ad asciugare al sole; erano camice, sottovesti, grembiuli e tante, tante fasce di ruvida tela, inevitabile fardello di quelle nutrite schiere di bimbetti che popolavano allegramente i vecchi cortili. A volte, con illimitata fiducia nell'ausilio benefico della natura si riteneva assai utile esaltare al massimo la luminosità dei tessuti, insaponando per bene la biancheria e lasciandola poi per la durata di una intera notte stesa sull'erba fresca. Gli umori addolcenti della rugiada avevano modo così di penetrare a fondo nelle fibre, prima di procedere ad un accurato risciacquo il mattino dopo. Tutto questo però non bastava alle nostre scrupolose nonne che per donare ulteriore candore e morbidezza ai tessuti, sottoponevano periodicamente lenzuola ed asciugamani alla cosiddetta “lisiva”. Era necessario innanzitutto un largo mastello in cui adagiare i panni e una tela grezza a trama fitta con cui ricoprirlo. Sul setaccio così preparato, chiamato 'colador' veniva posto uno strato di cenere estratta dal fogolar, sul quale, infine, si versava tanta acqua bollente da ricoprire i panni. Durante la notte l'azione sbiancante e addolcente della cenere, conferiva al bucato una purezza e una morbidezza gradevolissima; questa proprietà era probabilmente dovuta anche alla qualità dell'acqua, molto meno dura e calcarea di quella proveniente dalle nostre moderne tubature. Degno complemento di ogni bucato che si rispetti é la stiratura, che le nostre nonne effettuavano con massicci ferri da stiro dall'aspetto severo. E per essi vale proprio il detto 'aspetto freddo, cuore caldo' visto che l'interno di questi rudimentali arnesi accoglieva al momento dell'uso, braci incandescenti; in tal modo l'intenso calore emanato arroventava le piastre in ferro sottostante, permettendo alla mano sapiente di penetrare agilmente fra pieghe e svolazzi. I capi di biancheria trovavano infine posto nei cassetti dei comò, pregni di fragranti essenze come la menta e la maggiorana, raccolta durante il periodo della fienagione oppure con lucide e aromatiche foglie d'alloro e con la lavanda venduta dalle ambulanti che le nostre nonne imprigionavano in romantici sacchetti di tela. Un lavoro lungo e faticoso non c'é che dire, ma non dimentichiamo che il corredo faceva parte di un patrimonio famigliare a volte duramente conquistato ed era oggetto quindi di amore e cure devote. Tant’é che ancor oggi gli armadi della nonna custodiscono gelosamente qualche prezioso capo di biancheria capace d'incantare con una grazia d'altri tempi noi donne d'oggi, figlie del consumismo e della fretta.

Autore: Lucia Zavagno   

 

Una lapide a ricordo dei caduti di Istrago sul fronte russo


I nomi di Ferruccio De Michiel, Alfredo De Paoli, Giordano De Rosa e Vittorio De Rosa, si sono aggiunti a quelli degli altri caduti di Istrago, ricordati sulle lapidi che ornano il piedistallo dell'obelisco posto in piazza Regina Margherita. Per lo scoprimento della lapide, Istrago si è raccolta, domenica 24 maggio, insieme alle autorità civili e militari, in un momento di grande tensione morale e di commozione, all'indomani della strage di Palermo, un vero attentato a quella democrazia per la quale si erano sacrificati sul fronte russo anche quei quattro soldati ricordati sulla lapide, come è stato più volte sottolineato nel corso della breve cerimonia. Il tutto è nato dall'iniziativa di Nadia De Rosa, nipote di uno dei caduti sul fronte russo nella terribile spedizione di 50 anni fa, che ha curato l'iniziativa anche per conto dei familiari degli altri caduti; il Circolo colturale di Istrago e la Parrocchia l'hanno sostenuta e la partecipazione della banda di Meduno, di una rappresentanza degli alpini e dei carristi, di numerose associazioni d'arma, nonché la voluta coincidenza con la prima Comunione di cinque bambini di Istrago, hanno conferito alla cerimonia un valore molto importante per la comunità. Al microfono si sono alternati, dopo la benedizione impartita dal Parroco don Giancarlo, l'assessore Principi in rappresentanza del Comune di Spilimbergo, il presidente regionale dei Reduci di Russia Enzo Mascherin, e quello mandamentale Luigi Colonnello. Presente inoltre, in rappresentanza del generale Otti, comandante del presidio di Pordenone, il tenente colonnello De Minno. Particolare emozione ha suscitato nei presenti la lettura della 'Preghiera del disperso', che ha rievocato la tragedia vissuta da moltissimi soldati nel corso della guerra.

Autore: Roberta Zavagno   

 

Nadia De Rosa : Un pensiero


Mi é nata l'esigenza di onorare lo zio Giordano caduto sul fronte russo nell'ultimo conflitto, perché fin da piccola ne ho sentito parlare. Egli é sempre stato presente nella mia famiglia. La nonna mi parlava spesso del suo carattere bonario, estroverso, sperava nel ritorno; viveva con questa certezza. Gli anni passavano invecchiò attendendo invano quel figlio. Ad ogni trillo di campanello odo ancora la sua voce argentina che diceva: sarà Giordano. Aprite! Dall'espressione addolorata nel volto, ancora una volta capivo la sua profonda delusione. La zia Cornelia, una delle sorelle ottuagenarie ancora vivente, conserva un plico notevole di documenti, quali cartoline postali, telegrammi e lettere inviati al Santo Padre Pacelli, alla Croce Rossa Turca, ecc. C'è stato all'epoca un carteggio familiare rilevante. Ammiro con quanto entusiasmo, affetto e discrezione ella ha fatto le opportune ricerche. Il 24 maggio mi è stata data l’opportunità di commemorare tutti i nostri cari di Istrago dispersi in Russia. I familiari, la gente del paese, le autorità religiose, civili e militari si sono raccolti per onorare con una toccante cerimonia: De Rosa Vittorio, De Rosa Giordano, De Paoli Alfredo e De Michiel Ferruccio. Una grande famiglia partecipava con commozione a questa 'festa', dimostrando quella elevazione spirituale che è propria della gente di Istrago.

Autore: N.N.   

 

La Chiesa di San Biagio


San Biagio di Istrago divenne parrocchia autonoma nel 1908 staccandosi da quella di Tauriano a cui era aggregata. La chiesa primitiva risale al 1290, ma di essa non rimane praticamente nulla. Infatti al posto di questa prima costruzione fu eretto un nuovo edificio che nelle sue forme attuali è il risultato del rifacimento risalente al secolo scorso. La chiesa, consacrata nel 1854, si impone entro lo spazio della piazza per la mole della semplice architettura in stile neoclassico. La facciata culminante con cornice e timpano è tripartita da lesene con capitelli e zoccoli in pietra poggianti su altri basamenti. Al centro il portale, principale, datato 1851, è rialzato su tre gradini ed ha architrave ornato da volute su cui poggia una mensola aggettante. Sul lato settentrionale prospiciente la piazza si aprono un semplice portale in pietra del XVI° secolo, (1518) e sotto la linea del tetto finestroni di sottogronda presenti anche sul lato meridionale, a cui sono addossati alcuni vani di modeste proporzioni. L'interno è ad aula unica; una successione di archi a tutto sesto entro lesene e pilastri e una doppia cornice che corre lungo l'intero perimetro dell’edificio scandiscono lo spazio. L'abside, preceduta da un grande arco trionfale a tutto sesto, a volta a crociera, formata cioè da quattro vele o spicchi in muratura. L'altare maggiore risale al secolo scorso. Completa la descrizione dell' edificio nelle sue linee architettoniche quella del campanile. Affiancato al lato nord della chiesa, in corrispondenza della parte absidale, presenta base contraffortata, portale in pietra del XVI° secolo a ovest e una serie di feritoie sui lati est ed ovest. La cella ha monofore a tutto sesto aperte su ciascun lato ed è delimitata inferiormente da una cornice fortemente sporgente. L'intero edificio ha subito un intervento di ripristino a seguito dei danneggiamenti arrecati dal terremoto del 1976. L'evento sismico provocò diverse fenditure verticali nelle murature, lo stacco del soffitto, il dissesto del tetto e della cella campanaria; inoltre rese pericolante il cornicione e lesionò l'arco trionfale. All'interno la Parrocchiale di Istrago conserva alcuni interessanti esempi di oreficeria sacra dei secoli XVIII° e XIX°; degne di nota sono anche le acquasantiere (fra i pezzi più antichi) e due dipinti: una pala con i santi Pietro e Paolo con angelo musicante ai piedi e un' icona di analogo soggetto a quella conservata nella Ancona, una Madonna Madre della Consolazione purtroppo priva della originaria cornice. Ma di questo si dirà di più dettagliatamente nel prossimo numero.

Autore: Sara Emanuele   

 

Libroia : Tauriano o Istrago?


Tra gli ultimi crepitii della prima guerra mondiale un importante fatto ha interessato le zone di Tauriano ed Istrago. Molti ritennero e ritengono ancora oggi che, una volta sferrata l'offensiva d'ottobre 1918 e raggiunto Vittorio Veneto, tutto fosse concluso; in realtà le cose andarono ben altrimenti e man mano che paesi e contrade rientravano in seno al grembo materno a prezzo di duri scontri, veri e propri combattimenti si ebbero fino a tutto il 4 novembre ed anche qualche ora dopo, laddove da ambo le parti si ignorava l'avvenuto armistizio. In tale contesto i 'Cavalleggeri di Saluzzo', lanciati all'inseguimento del nemico, il 2 novembre guadarono la Meduna ed il Cellina puntando su Tauriano ed Istrago; qui, contro due compagnie austriache con numerose armi automatiche che minacciavano il fianco sinistro della colonna - appiedato uno squadrone e la sezione mitragliatrici - il Reggimento caricò con quattro squadroni ed ebbe ben presto ragione del nemico. L'episodio meritò la citazione sul bollettino di guerra numero 1266 del 3.11.1918 e tra le numerose perdite subite restò tra gli altri sul campo il Comandante del 3° Squadrone, cap. Raffaele Libroia, alla cui memoria venne conferita la medaglia d'oro al V.M.. con la seguente motivazione: "All'ordine di attaccare una batteria nemica, che improvvisamente aveva aperto il fuoco su di un fianco del proprio reggimento in marcia, con slancio e coraggio mirabile, alla testa dello Squadrone di cui aveva Il Comando, si avventava improvvisamente contro i pezzi avversari in azione. Fatto segno a violento tiro e gravemente colpito ad ambo le gambe con perseverante, indomabile audacia, incurante dello strazio prodottogli dalle doloranti ferite, riunite in uno sforzo sovrumano tutte le sue energie ed incitato con il suo fulgido esempio il proprio Reparto, perseverava con esso alla arditissima carica, trascinandolo sui pezzi tutt'ora fumanti, e, nell'attimo in cui li conquistava, colpito a morte, lasciava gloriosamente la vita sul campo". Le spoglie del Cap. Libroia riposano ora nel cimitero di Nocera Inferiore, quelle dei valorosi Cavalleggeri presso il cimitero di Spilimbergo, in un apposito settore a Loro riservato. Questi i fatti che nella nostra zona vengono ricordati spesso con grande orgoglio e viva partecipazione e di cui, nel tempo, Tauriano ed Istrago hanno voluto lasciare un segno tangibile: in memoria di Libroia vi sono infatti intitolate strade (a Tauriano) depositate lapidi (a Tauriano ed Istrago) ed un cippo - ricordo nel campo dove si presume, si siano svolti i combattimenti; inoltre fino a poco tempo fa la festa reggimentale del 'Saluzzo' (finchè è rimasto in vita) è coincisa con il 2 novembre, anniversario del combattimento di Tauriano - Istrago, ed in tale data i 'Cavalleggeri' han sempre tenuto una cerimonia solenne nelle due frazioni con deposizione di corone, anche presso la Caserma "Zamparo". E' da sottolineare come, nel tempo, si sia creata una certa rivalità tra Tauriano ed Istrago nel rivendicare, ogni una per sé l'appartenenza dei territori su cui si sono svolti quei combattimenti. Dalle carte che abbiamo potuto consultare, in buona sostanza, emerge che i combattimenti in questione hanno avuto sì inizio a Tauriano ma altrettanto sicuramente si sono conclusi nel territorio di Istrago. Al di là comunque di ogni altra considerazione e del legittimo orgoglio di poter vantare l'appartenenza dei luoghi in cui si sono svolti quei nobili fatti d'arma, noi riteniamo che i valori che emergono dai combattimenti del 2 novembre 1918,. esemplificati nella figura del Cap. Libroia, debbano appartenere a tutti, e non alle singole frazioni, ed abbiano carattere di universalità.

Autore: Giorgio Polimeno   

 

Figura caratteristica: Il figlio di Aldo Bount


Il paese risulta più semplice chiamarlo così e non è chiaro se questo sia dovuto di più alla figura 'ingombrante' del padre, conosciuto da tutti a Istrago, o piuttosto alla sua ormai quasi cinquantennale assenza dal paese. De Paoli Alessandro è nato il 20.03.1936. In quella data suo padre era già partito per l'America per motivi di lavoro e quindi lui è stato allevato dalla madre e dal nonno paterno fino al 1947, anno in cui, dopo la morte di quest'ultimo insieme alla madre raggiunge il padre in America. Lì frequenta le scuole superiori a New Jersey e, a 18 anni, l'università di stato di Michigan (fino a 25 anni) presso cui si laurea e diventa veterinario. Nel 1961 si arruola nell'esercito americano a Valter Reed e presta servizio, fino al 1965, presso l'ospedale militare a Washington nell'ambito delle ricerche di patologia. Nell'anno 1969 ottiene una nuova laurea e diventa professore di patologia umana. Alterna esperienze di insegnamento presso l'Università, e di ricerca ed operative presso gli ospedali militari. Da segnalare un soggiorno di tre anni in Thailandia per lo studio delle malattie tropicali. Nel 1982 con il grado di colonnello lascia l'esercito presso cui aveva lavorato con grande soddisfazione. Diventa quindi direttore di ricerche di medicina per conto di una grande compagnia farmaceutica (Bayer) in varie località americane. E' sposato con Geraldine, detta Jery, che aveva conosciuto durante gli anni dell'università e che gli ha dato due figli; Alessandro e Michele, uno laureato in medicina, l'altro impiegato nel settore dell'informatica. Ogni tanto gli piace ricordare che durante gli anni dell'università, per aiutare i genitori a pagargli gli studi, aveva fatto il lavapiatti. Ma la passione delle macchine da corsa (ha due Porsche) e della coltivazione delle orchidee. Ama molto cucinare e mangiare (buon sangue non mente).

Autore: Michelè Villette   

 

Funghi nelle nostre zone


Nelle nostre praterie che si estendevano a perdita d'occhio, dalle colline della pedemontana fin quasi giù alla bassa friulana le prime timide coltivazioni, frutto di estenuanti sacrifici, e prive dei mezzi odierni, non permettevano lo sfruttamento attuale, a beneficio così dei prati stabili. Ed è proprio in queste zone dall'aspetto così sterile, che durante la bella stagione, come per incanto, in un susseguirsi di un ciclo perenne si sviluppavano quasi dal nulla una miriade di varietà funginee. I primi ad aprire la stagione micologica erano gli ambiti finocchietti o fonc di pastora "plerotus eryngee var. ferulae" chiamati così perché crescevano simbianti di una pianta selvatica, simile al finocchio di coltivazione. La carne di questi funghi, dall'apparenza tozza e assai turgida, profumava intensamente di anice, e conferiva così alle pietanze un gusto veramente unico e delicato. Altro fungo molto ricercato e apprezzato, sia per la bontà delle carni che per le copiose raccolte che si potevano effettuare, era il CIARLATAN "psalliota arvensis". Questi per la struttura così imponente e la maestosità dei suoi corpoifori si era guadagnato l'appellativo di “porcino dei prati”. Luogo di crescita di questo fungo erano le “ciartlatanis” o cerchi delle streghe, che sono dei semicerchi nei quali l'erba assume un colore molto intenso. Credenze popolari volevano che queste zone si formassero laddove un tempo venivano legati gli asini a un palo, e la loro permanenza potesse dare l'avvio allo sviluppo dei funghi stessi. Verso settembre a farla da padroni erano invece i “PRATAIOI” “lepriota escoriata”, che, in circostanze climatiche favorevoli, spuntavano così copiosi da ridare alla prateria, rinsecchita dalle calure estive, una parvenza di vita; quasi un secondo risveglio primaverile, manifestandosi con una miriade di fiori bianchi che, per il raccoglitore, era cosa veramente entusiasmante. A chiudere la stagione micologica dei funghi più prelibati erano i PEVARINS, che con la loro struttura coriacea riuscivano a ben sopportare anche le prime gelate. La loro raccolta si protraeva fino ad ottobre inoltrato, e l'interesse che suscitavano per il loro crescere in colonie serpeggianti e molto numerose richiamava l'interesse di diversi raccoglitori. I funghi meno apprezzati erano invece i FONGHETIS 'licoperdon perlatum” che una volta maturi, se venivano calpestati, emettevano in un fumo marrone dalle loro spore. I GAMBESECCHE 'marasmiuns oreades' che crescevano durante la stagione calda venivano raccolti ed essiccati per farne degli ottimi risotti. Venivano raccolti anche diversi tipi di 'MIGROPHORUS' fra i quali il pratensis e il conicus, dal caratteristico cappello conico color rosso intenso e viscoso, ed altri in minor grandezza e interesse. Tutto questo patrimonio ecologico purtroppo è ormai del tutto scomparso e quello che più dispiace é che i nostri figli dovranno accontentarsi di guardare molte cose solo attraverso le fotografie e l'immaginazione. In compenso il patrimonio fungino rimasto è al sicuro fra le colline e le montagne dove lo sfruttamento e il degrado si manifestano con più lentezza e maggiori difficoltà.

Autore: Enrico Zavagno   

 

 

 

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E' arrivato il  Blog.

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E stato attivato  il nuovo blog di Istrago.  Il punto ideale per conoscere  tutte le curiosità sul nosto paese, un modo per confronarsi e per raccontare le proprie esperienze

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