Run numero 12  -  Aprile 1992

     Da quindici anni

     Benvenuto Don Giancarlo

     Gri Gri Gri

     L'ancona e L'icona

     Il racconto :L'oselada

     Nonni e Nipoti

     Parroci a Istrago

 

 

 

 

 

Da quindici anni


Quest'anno il C.C.S. di Istrago compie i suoi primi quindici anni di vita. Purtroppo il CCS non ha ancora una sede stabile ed idonea ad ospitare una qualsiasi riunione o assemblea nè un area per quanto piccola dove svolgere la sua attività; per questo motivo in questi anni l'unico scopo dell'Associazione è stato quasi esclusivamente la ricerca disperata e spesso delusa di questi due strumenti necessari per poter realizzare momenti di aggregazione sociale intorno ad occasioni ricreative, di sport, di genuina cultura e viene spontaneo chiedersi se l'aver continuato sia stata più ostinazione e speranza o ingenuità e semplicioneria. Ora, davanti all'impotenza ed alle ricorrenti delusioni, con la voglia prepotente di giungere a qualche risultato è importante che siano ricomposte le fratture, ridotto ed eliminato il distacco della gente e superate le vecchie ruggini eventualmente esistenti. In questo momento, ancora prima che la ricerca delle possibili soluzioni tecniche e delle indispensabili risorse economiche, c'è bisogno di essere uniti, tutt'insieme attorno al Circolo, in maniera granitica, con grande unità di intenti - non in contrapposizione - con grande mobilitazione - non indifferenza - con impegno ed esclusivo spirito di servizio da parte di tutti. Istrago ha conservato nel tempo una sua natura schiva, lontana dal luccichio e dai clamori della vita di oggi; probabilmente per questo nel sociale è povera. Ma è importante che le piccole frazioni, dalle realtà molto semplici e talvolta primitive, possano continuare ad essere ancora terreno di coltura per quei modi di vita schietti e per quegli interessi solidi nel tempo di cui oggi si sente molto bisogno. A nun duciu basta l'accaniment e l'alegria di una briscula il viners, un got di vin all'osteria, li ciampanis dala glisia., il plasi dala famea, la voia di sigurà un miei futur ai fis... e i vui di un nini cal speta Babbo Natale tal fret di Dicembre dongia la puarta di ciasa, cuI sun dal calpanel dal ciar dai regai è li so luus.

Autore: C.C.S. Istrago  

 

Benvenuto Don Giancarlo


Dopo quasi 6 anni di attività pastorale nella nostra parrocchia, il 31 dicembre dello scorso anno don Ivo, chiamato ad altri impegni, ci ha lasciati. Dopo un brevissimo periodo S.E. il Vescovo mons. Sennen Corrà ha nominato amministratore parrocchiale don Giancarlo Peggio, già parroco della vicina Tauriano, il quale, così, avrà cura di entrambe le frazioni. La nomina ufficiale parla di “amministratore parrocchiale”, non perché la nostra parrocchia sia subalterna a quella di Tauriano, ma per una motivazione squisitamente di diritto canonico, per cui un sacerdote non può reggere, in qualità di parroco, due realtà parrocchiali. A noi comunque non interessa la parte burocratica della cosa ma sopratutto la realtà: quella di aver acquistato una figura importante, alla quale fare riferimento, disponibile e attenta a tutti i problemi, specie a quelli dei giovani. Con la situazione che si è venuta a creare nei Seminari, dove il numero dei giovani, futuri sacerdoti, è molto esiguo, sono pochi i paesi che possono vantare un parroco tutto per loro. La nostra comunità, dopo un periodo di letargo e di poca partecipazione, ha bisogno di dimostrare che la voglia di lavorare non manca. Innanzitutto è stata aperta la canonica. Grazie all'intuizione e alla conoscenza delle problematiche giovanili, il “don” ha concesso ai ragazzi di utilizzarla come punto di ritrovo e di uso comune, in alternativa, speriamo, al bar e alla sala giochi. La canonica, quindi, prenderà il posto che le spetta all'interno del nostro paese; sarà luogo per il catechismo, sede dei gruppi giovanili e di altre attività. I ragazzi, e non solo loro, hanno risposto con entusiasmo a questa e ad altre novità, e già si progettano molte idee, alcune fattibili in tempi brevi, altre più dilazionate nel tempo. Una considerazione, comunque, ci sembra doverosa: tutto questo fervore e risveglio è senza dubbio merito di don Giancarlo. Egli ha subito colpito positivamente la gente del paese e con la sua immediatezza, la comunicatività, la capacità di mettere tutti sempre a proprio agio, ha rimesso in moto un meccanismo che col tempo, forse, si era un po' arrugginito. E' per ciò che noi da queste righe lo ringraziamo: per aver accettato di amministrare la nostra parrocchia, di averci fatto riscoprire certi valori forse dimenticati e di aver rispolverato i nostri animi; a lui chiediamo di aver cura di questo "gregge”, di aiutarci nelle difficoltà, ma soprattutto di non cambiare il suo modo di essere così spontaneo e cordiale che rafforza e rincuora tutti.

Autore: Renata De Rosa   

 

Gri Gri Gri


Gri, Gri, Gri, salta fòr di lì.. recitava una filastrocca che cantavamo da bambini, ed ecco che finalmente, chissà da dove, il GRI è uscito veramente. Quale GRI? vi chiederete: ma è quello formato dai ragazzi di Istrago, che si incontrano, per molto tempo ancora speriamo, ogni sabato ed insieme discutono, lavorano, progettano attività; qualcuna più seria, qualche altra più scherzosa, alcune addirittura inattuabili. Ma l'entusiasmo è molto, le idee non mancano, la voglia di fare, speriamo, non venga mai meno. Il Gruppo è nato come precisa risposta ad una situazione che si sta verificando in tutte le realtà paesane, dove, come nel nostro caso, non ci sono strutture di supporto per i giovani, il paese offre quello che può ed i ragazzi altro non hanno come punto di ritrovo che il bar o le sale giochi. Noi, nel nostro piccolo, vogliamo scoprire la bellezza dello stare assieme, di vedere realizzate certe idee o progetti che abbiamo buttato lì quasi per scherzo, quando abbiamo sparato una proposta più pazza delle altre magari per sfida. Siamo ai primi passi e non è sempre semplice mettersi d'accordo, però ci stiamo adoperando perchè il Gruppo lavori in sintonia e per questo motivo ci siamo dati delle regole di comportamento che, una volta applicate, rendono tutto più semplice e gli eventuali problemi più facilmente risolvibili. Noi ragazzi, a dispetto di quanto la gente più matura può pensare, abbiano in animo dei principi molto solidi e profondi che speriamo da tradurre presto in fatti. Pensiamo che il lavorare insieme, oltre ad essere svago e divertimento sia anche crescita, confronto, aiuto reciproco nei momenti difficili, perchè essere ragazzi nella società di oggi non è semplice, anzi direi che è come attraversare un terreno minato, dove bisogna sempre stare attenti dove si mettono i piedi. Ma ora basta con le considerazioni seriose, seppur molto valide. Vedrete che cosa vi proporrà il GRI con l'andare del tempo, vi stupirete!!! Perchè non vi siete resi ancora conto delle possibilità di noi ragazzi. Comunque ci faremo sentire al più presto e poi… ce la racconteremo!!!

Autore:  GRI  

 

L'ancona e L'icona


Il capitello stradale della Madonna della Salute - meglio conosciuto come Chiesetta dell'Ancona - è una modesta costruzione dell'800 avanzato (1870) realizzata con il contributo materiale degli Istraghesi dell'epoca. L'architettura presenta caratteristiche stilistiche e costruttive comuni a molti altri edifici sacri di origine votiva e di tipo popolare frequenti in ambiente rurale. Nati a volte come capitelli stradali non è raro incontrarli - come ad Istrago in corrispondenza di un bivio o di un crocicchio. L'unico vano - a pianta rettangolare - è diviso a metà da una parete con arco a tutto sesto che separa l'aula dal presbiterio; non c'è nè atrio nè sacrestia. I soffItti sono piatti, in calce, unica nota caratteristica il pavimento in battuto alla veneziana datato 1877. La semplicità che impronta l'interno la ritroviamo anche nelle linee della facciata dove un frontone triangolare incorniciato è sormontato da una bifora campanaria in cotto. L'ingresso è costituito da una porta arcuata a tutto sesto con mostra in pietra che allo stato attuale risulta ricoperto da intonaco o mancante. Su ciascun lato del presbiterio è aperta una finestra ad arco scemo. L'esterno - in origine intonacato - si presenta oggi con muratura a vista in sasso e conci di pietra d'Istria. Intonacata era pure la facciata ingentilita da due leggere lesene agli spigoli. La copertura è in coppi. Nel visitatore l'interno può generare l’impressione dl squallore e di un certo abbandono. La motivazione è da attribuirsi in parte all'assenza di decorazioni e arredi sacri significativi ma sopratutto al degrado dell'altare. Infatti l'edicola che inquadra il tabernacolo si sta letteralmente sbriciolando a causa dell'umidità che risalendo dalle fondazioni impregna il muro e la parete a cui l'edicola è addossata. Sebbene recente e privo di interesse artistico l'altare è il fulcro dell'azione liturgica e in quanto tale esige un certo decoro. Il problema andrebbe risolto anche per creare un ambiente idoneo ad accogliere un dipinto che vi si poteva ammirare prima del terremoto del '76. Trattasi di un'icona -avente funzione di pala d'altare - di autore ignoto e d’epoca incerta e non priva però di un certo interesse. Secondo il Marchetti riprende motivi bizantini-cretesi comuni a Venezia. Entro una cornice dorata e intagliata è dipinta a tempera su tavolo la Madonna con in braccio il Bambino secondo l'iconografia della Madonna Madre della Consolazione. Il manto rosso e la veste verde della Madonna, quella rosa chiaro sul Bambino come le fisionomie sono rese con tecnica apprezzabile. Lo sfondo dorato e le aureole rosse sono di recente fattura. Per l'icona lo stato di conservazione è nel complesso discreto anche se in alcuni punti si notano sollevamenti e stacchi di parte della pellicola pittorica. Rimossa per ovvie esigenze conservative durante i lavori di ristrutturazione che hanno interessato l'edificio e stata ed è tutt'ora custodita (d'intesa con la Parrocchia) presso privati. Questo in attesa dell’auspicabile ritorno alla collocazione d'origine che non può prescindere dal risanamento della zona del presbiterio con l'altare annesso e da adeguate misure di protezione per il dipinto stesso.
Autore: Sara Emanuele

Autore: Sara Emanuele   

 

Il racconto :L'oselada


Il mese di agosto, con il suo caldo afoso, volgeva quasi al termine ed i primi temporali, rinfrescando l'aria, pareva volessero preannunciare la stagione autunnale. In casa del vecchio Antonio - da anni appassionato uccellatore - fervevano preparativi; io che avevo poco più di l0 anni ed abitavo vicino a casa sua, rimanevo delle ore intento a guardarlo, cercando di imparare quel difficile mestiere. Ricordo che stava seduto su una vecchia sedia di paglia e teneva tra le ginocchia un fascio di lunghe bacchette di nocciolo, che intagliava, una per una, con l'inseparabile 'curtulina', e intanto mi diceva: "Vedi, queste servono per infilarci le vischiate, ma ricordati che le incisioni bisogna farle tutte alla stessa distanza e profondità". E così, ogni pomeriggio, dopo essere andato a scuola, trascorrevo lunghe ore insieme a lui, imparando ogni volta cose nuove, finchè un pomeriggio mi disse: «guarda che ho sentito le prime 'tordine'; se vuoi puoi venire ad aiutarmi a preparare le insidie e siccome domani e domenica, se ti va, puoi venire con me nell’"oselada”. Non vi dico la gioia che ho provato in quel momento! (Beh!) mi disse "Aiutami a caricare sul carretto gli arnesi e i pali, mentre io attacco la "mussa". La vecchia asina, sempre molto ubbidiente, lasciò fare e quando il carico fu al completo, Antonio con la sua voce un pò roca esclamò: "Ghie, Lola!" e ci avviammo verso la campagna. La bestia pareva conoscere già la strada, perchè da anni era abituata ad andare nei prati vicino alla grande quercia, ove anno dopo anno, Toni piantava la sua 'agnolis'. Senza dire troppe parole e con gesti dolci ma sicuri, teneva le redini in mano e ogni tanto un colpo di tosse e un brontolio sommesso, quasi a compiacersi per le molte sigarette fumate in gioventù, interrompevano il rumore cigolante della vecchia carretta di legno, che saltellando di sasso in sasso ritmava una dolce musica che nessuno ora più conosce. Attraversando la campagna, si sentivano mille profumi di erbe, fiori e di fieno ad essiccare, mentre le cicale ed i grilli, con il loro frinire, sembravano accompagnarci in un viaggio che avrei voluto non finisse mai. Ma un'improvvisa fermata mi svegliò da un leggero torpore che, un pò il gran caldo e un pò per il lieve dondolio del carretto, mi aveva preso. Antonio si guardò intorno e mi disse: "Ecco, siamo arrivati”. Vedrai che qui, dopo aver tagliato l'erba e risistemato un pò il capanno, potremo piantare i pali. La soddisfazione più grande, però, l'ebbi quando fu il momento di trovare il luogo adatto all'ubicazione delle "agnolis". Antonio, infatti, scrutava il cielo interrogandosi su quale fosse la direzione degli uccelli migratori, attese un attimo e poi mi disse quasi convinto: "La più alta dovrebbe andar bene qui, su questa cunetta, infatti ricordo che ogni anno in questo sito riesco sempre ad imbrogliare le più smaliziate". E la assestò con un vigoroso colpo di piccone. Io intanto seguivo tutti i suoi movimenti in silenzio, cercando di capire quale segreto richiudesse quel particolare rituale. Alla fine, dopo essersi tersa la fronte madida di sudore con un fazzoletto, Toni si avvicinò al carretto, estrasse dalla sporta un fiasco di vino, ne bevve una lunga sorsata e mi disse: "Finalmente "lis agnolis" sono piantate, ora non ci rimane che mettere “li armelis” in tal sgoip e infrascia!". Naturalmente anche questa pur semplice operazione richiedeva un certo impegno; devo proprio dire che Toni la eseguiva con tale passione e meticolosità da sembrare un mosaicista il cui insieme dei componenti deve combaciare alla perfezione. Quando tutto gli sembrò a posto, legò i cordini alle "agnolis", le alzò tutte e quattro e mi disse con una soddisfazione compiaciuta, insolita sul suo viso corrucciato: "Guarda, sono veramente un capolavoro, domani prenderemo sicuramente qualche tordina", e con gesto affettuoso mi strinse a sè sorridendo. Il calar della sera, intanto cominciava a creare uno scenario fatto di una miriade di ombre e anche la vecchia quercia pareva acconsentire alle soddisfazioni del vecchio. Ma adesso era proprio ora di rincasare. Arrivammo in paese che era quasi buio e quando fummo nei pressi della mia abitazione ci fermammo ed Antonio, con un gesto quasi paterno, mi dette una leggera sculacciata e disse: -“Vai a casa ora o tua madre verrà a cercarti e le sentirò anch’io, ma ricordati, se proprio vuoi venire domattina, io parto alle quattro”. Quella notte me la ricorderò per tutta la vita perché, per il timore di non svegliarmi, non chiusi occhio in tutta la notte, mentre mille pensieri mi passavano per la mente riportandomi nel mondo semplice e schietto degli uccellatori, fatto di gabbie, uccelli, vischio, piccole sconfitte e grandi soddisfazioni mescolati ad un naturale amore per la natura, quasi ci si sentisse parte integrante di esse, fragili anelli di una catena che solo i soldi e gli interessi senza scrupoli avrebbero potuto distruggere. Quando mi alzai era ancora buio, piano piano per non svegliare i miei che non sapevano della mia scappatella, mi vestii e preso l’uscio mi diressi verso la casa di Antonio. L’unica mia compagna nel buio più profondo era la vecchia lampadina a piatto che si trovava a metà strada e non appena arrivai sotto la sua luce, mi parve che tutti i mostri, frutto della mia immaginazione di bambino, fossero svaniti all’improvviso. Ormai il peggio era passato e con il cuore in gola arrivai al cancello di legno che cigolando pareva volesse avvertire Antonio della mia presenza. Una leggera luce filtrava attraverso le fessure dei balconi, poco dopo scomparve e vidi spuntare, da dietro la tenda sgualcita, Toni che, fregandosi le mani, mi salutò. “Ah! Ma allora la passione ce l’hai proprio nel sangue” mi disse e aggiunse: “tu diventerai sicuramente un buon uccellatore” e battendomi la mano sulla spalla, ci avviammo verso la stalla ormai adibita a dimora per i richiami. Con calma preparammo tutto e piano piano, camminando nel buio, ci avviammo verso “l’oselada”. Appena giunti sul posto Antonio scese dal carretto, prese il “scuarc” fatto con pelle di pecora e contenente le “vischiate“ e iniziò, una dopo l’altra a sistemarle negli appositi tagli fatti sulle “armelis”. Quando ebbe finito posò il “scuarc” vicino al capanno e iniziò ad appendere le gabbie dei richiami. “Vedi, questa è la più vecchia e quando canta non sa resisterle proprio nessuna, la appenderemo nell’angolo più alto”. Le altre, una alla volta, quasi le conoscesse tutte, le dispose dove a parer suo avrebbero saputo, con il loro canto, ingannare nel migliore dei modi le loro consimili selvatiche. Poi venne il turno degli ortolani ed infine due gabbie con i crocieri. Toni alzò “lis agnolis” e poi dirigendosi verso di me disse “ostrega, vedrai che oggi facciamo il pieno”. Non appena i primi raggi del sole iniziarono a rischiarare la natura che si stava svegliando, il primo richiamo dapprima piano poi sempre più forte iniziò a gorgheggiare e gli altri, uno dopo l’altro lo seguirono, intonando nel silenzio del mattino le più diverse e armoniose note, si da commuovere anche il più astioso dei cuori. Antonio, non potendo più trattenere la soddisfazione mi disse: “Senti che concerto, sono veramente fiero dei miei richiami”. Ma all’improvviso si interruppe e mi disse: “ho sentito una tordina” e tutti e due iniziammo a scrutare il cielo. “Non si vede niente.” Gli dissi “ne sono sicuro” ribadì, “la vecchia gli ha dato una “dordinata” e nemmeno un attimo dopo si intravide nel cielo un puntino che pareva librarsi nell’aria, scendere sempre più in basso, quasi incantata nel sentire i suoi simili emettere un canto così melodioso, ma purtroppo ingannevole. Poco dopo infatti, come una signorina dal gentil comportamento, si posò con tale grazia, quasi a compiacersi della stupenda messinscena, ma, ahimè, cadde a terra con una vischiata attaccata alle ali. Come una molla tesa e vibrante, saltai fuori dal capanno e dopo averla raccolta la portai a Toni, il quale uscito fuori mi disse: “Presto, prendi un po’ di cenere nel barattolo sotto la sedia e portami anche una gabbia vuota”. Ubbidendo, con il cuore gonfio d’orgoglio gli posi il barattolo e lui, con mano esperta, dopo aver tolto la vischiata dalla bestiola, con cura e attenzione per non farle del male, cercò di ripulirla il più possibile. Poi, con un gesto che mi commosse, l’accarezzò e le disse: “Puora stupidela, va la no, ta la to schiepia, ti iodaras che cun me ti staras benon.” Non appena pose la gabbia per terra gli mise un sacco di juta sopra, affinchè non dovesse ferirsi alla testa durante l’adattamento alla cattività. Poi rivolto a me disse: “ora che tu hai i riflessi più pronti dei miei, vai a raccogliere un po’ di cavallette, che a casa mescoleremo con un po’ di farina di polenta per abituarla gradualmente a dimenticare il suo cibo naturale, che sarebbe impossibile reperire durante tutto l’anno.” Ricordo che quel giorno catturò altre due tordine, tre crocieri e un ortolano, ma il ricordo che mi rimarrà impresso per tutta la vita fu quella mia prima tordina. Gli anni sono passati, e il vecchio Antonio purtroppo non c’è più, ma di lui serberò sempre il ricordo di un impagabile rapporto umano, improntato alla più schietta sincerità, in perfetta sintonia con il mondo della natura in cui palpitavano le nostre emozioni.

Autore: N.N.   

 

Nonni e Nipoti


Ho parlato con la mia nonna della sua giovinezza, per rendermi conto se sia stata tanto diversa da quella che è la nostra. Effettivamente la loro era tutta un'altra vita, eppure io ho sentito che in fondo lo spirito che li animava non è poi tanto distante da quello che anima noi. Le ho domandato se, ai suoi tempi, gli anziani parlavano male dei giovani, accusandoli di essere irrispettosi e prepotenti, come accade oggi. "No - mi risponde - non succedeva mai perchè avevano rispetto verso tutti, non c'era il coraggio di rispondere come adesso. Noi eravamo undici fratelli e abbiamo sempre portato rispetto a genitori e nonni. Per questo gli anziani non dicevano mai che eravamo prepotenti”. - Dunque verso i genitori c'era la massima obbedienza, quindi non avevate un rapporto molto aperto con loro, non parlavate di tutto, come possiamo fare noi. "Si, si con i genitori si parlava di tutto, quasi di tutto: loro ci spiegavano quello che chiedevamo, solo di "certe cose" non dicevano mai niente, perchè credevano che non fosse giusto nominarle". - Il mondo di noi giovani sembra parecchio lontano dal vostro. Voi sembrate non accettare sempre il nostro modo di comportarci, la nostra voglia di divertirci, il fatto che facciamo feste o rientriamo a notte tarda. Anche voi avete avuto la nostra età. La vostra situazione era veramente tanto diversa? "Non c'era niente quella volta. L'unica cosa che si poteva fare per divertirsi era ritrovarsi tutti insieme in strada a giocare a nascondino o a cantare. C'era troppa miseria per fare qualcos'altro. Adesso ci sono tante possibilità, voi avete anche troppo, una volta niente. Si andava a tutte le messe (duravano l ora e mezza) e poi anche ai Vespri per poter vedere gli amici e stare un po' in compagnia. Feste non se ne facevano mai". - E i compleanni? "I compleanni, non sapevamo neanche che ci fossero quasi". - Ma i genitori vi lasciavano libertà di stare insieme agli amici? "No, non ci lasciavano libertà. Ad una certa ora si doveva assolutamente tornare e non si poteva stare fuori troppo". - La musica, l'ascoltavate? "Non si sentiva mai musica. Non esisteva la radio. Quando io sono arrivata a Istrago, c'era una sola radio al bar". - E il cinema? "Si iI cinema invece c'era. Mi ricordo che sono andata una volta, quando ero fidanzata col nonno, a vedere Biancaneve e i sette nani. Il nonno interviene nella conversazione: "Voi giovani oggi avete tutto e non vi basta mai. Noi siamo sempre contenti di quello che possediamo perchè abbiamo conosciuto la miseria e sappiamo cosa vuoi dire non avere niente. Voi fate bene a cercare di conoscere quella che è stata la nostra vita, perchè riflettere su quello che abbiamo passato noi, vi aiuta ad apprezzare di più quello che avete". Impariamo, questa volta.

Autore: Barbara Chivilò

 

Parroci a Istrago


La figura del Parroco, personaggio fulcro della comunità paesana e testimone diretto dei suoi momenti più significativi, é custodita nelle memorie collettive con il reverenziale rispetto riservato ai personaggi più importanti. Ma basta insistere un po' con la gente del paese per venire a conoscenza di aspetti insoliti e di fatti curiosi che ci rendono umanamente più vicini personaggi di grande statura morale come Don Giovanni De Biasio e Don Alfonso Michelutti, che hanno retto la nostra Parrocchia per lungo tempo. Il primo ha protratto la sua attività parrocchiale dal 1901, per ben 36 anni e viene ricordato particolarmente per la sua abnegazione verso i bisognosi e gli ammalati cui riservava non solo conforto spirituale ma anche disponibilità e aiuti materiali per superare i momenti di difficoltà. Con i bambini era accondiscendente ed affettuoso, ma si dimostrava risoluto all'approssimarsi di una visita del Vescovo, esigendo il massimo impegno per ben figurare. Sempre a riprova della sua generosità, dopo la cerimonia annuale della Prima Comunione, offriva a tutti i festeggiati un rinfresco in canonica, accolto in quegli anni di ristrettezze economiche con comprensibile entusiasmo. Festa grande quindi per i Comunicandi, che sorridono oggi ricordando i vestiti e le scarpe a prestito per partecipare alla cerimonia, anche se nella foto di gruppo fanno bella mostra di sè pizzi e merletti sugli abiti delle più benestanti. In occasione della Santa Cresima la piazza del paese, per accogliere degnamente il Vescovo, veniva addobbata con frasche, palloncini e lumi, mentre gli ambulanti offrivano ai passanti le loro golosità. Un particolare curioso: al termine della S. Messa, il 'Santul' donava al suo 'Fiol' una collana di “Colàs”, che in gesto simbolico d'affetto gli veniva portata al collo. La cura della Canonica era affidata alla mite figura di una perpetua chiamata “Rosa goba" a causa della sua particolare conformazione fisica. La nostra .perpetua a volte, durante le monotone giornate lavorative, sentiva l'esigenza di ristorarsi con un sorso di vinello e Don Giovanni, con tono affettuoso, la rimproverava dondolando il capo. Morì, si dice, in assoluta povertà, avendo interpretato gli insegnamenti del suo amato Vangelo con esemplare coerenza. Gli successe, nel 1940 Don Alfonso, figura assai singolare di parroco, dal carattere indomito e fiero, pronto a battersi senza timore per il bene della sua gente. Durante l'ultimo conflitto innumerevoli sono stati i suoi interventi presso i gruppi partigiani operanti sul nostro territorio, al fine di moderare le loro azioni più rischiose, che avrebbero inevitabilmente scatenato feroci rappresaglie da parte dei soldati nazisti. Particolarmente degno di nota il suo intervento in favore di Barbeano, che in seguito all'oscura vicenda di due militanti della Repubblica di Salò sequestrati e uccisi dai partigiani, rischiò di essere incendiata dai soldati nazisti per rappresaglia. La popolazione si affidò a lui con la certezza di rivolgersi alla persona più indicata per condurre le trattative con i medici, i quali, dopo esser scesi a compromesso, rinunciarono ai loro nefasti progetti. Durante i bombardamenti, dopo aver incitato la gente terrorizzata a trovar riparo nei rifugi, Don Alfonso si aggirava fra le case abbandonate come una vigile sentinella per evitare spiacevoli incursioni di ladri e sciacalli senza scrupoli. Alcune persone perseguitate dai tedeschi trovarono poi ospitale rifugio nelle stanze più segrete della canonica, ove, grazie alle cure della sorella e delle cognate del parroco, poterono sfuggire alla deportazione. Durante la ritirata del 1945 un giovane istraghese, profugo dalla Polonia e ricordato in paese come 'Mario Muma', venne catturato e legato a guisa di ostaggio sulla parte anteriore di un carro armato in fuga. Le reazioni disperate delle donne inpietosirono il nostro valoroso parroco che, dopo aver raggiunto la sinistra colonna sul ponte di Dignano, offrì la propria vita in cambio dello sventurato fanciullo. Se ne tornarono insieme: probabilmente il suo atteggiamento sicuro ed il piglio autoritario che aveva accentuato durante la militanza nel corpo degli arditi, esercitavano un forte ascendente sui suoi interlocatori, permettendogli di perseguire gli obiettivi voluti. E non è poco, se si pensa alla ferrea disciplina e alla nota intransigenza teutonica che si vide costretto ad affrontare! Naturalmente i rapporti con i paesani, considerato il suo particolare carattere, erano improntati, oltre alla schiettezza, anche ad un'impulsività che si manifestò in singolari episodi ancor oggi ricordati con stupore. Capitò infatti di assistere ad uno schiaffo durante una processione e ad un netto rifiuto di svolgere una cerimonia, tanto che 'Bombolo' sfilò da solo lungo le vie del paese con la banda musicale al seguito, sotto gli sguardi allibiti dei passanti. In compenso il suo carattere bonario si rivelava quando “chiudeva un occhio” sulle feste danzanti nelle case private, che richiedevano allora il consenso del parroco. Proverbiali poi le partite a briscola in osteria e come si sa, in questi ambienti poco ortodossi, può succedere veramente di tutto!. Ricordiamo ad esempio il giorno in cui un paesano, in coppia con Don Alfonso, si esprimeva in un linguaggio non proprio da educanda durante lo svolgersi della partita. Il parroco allora lo redarguì ricevendo come risposta: “Don Alfonso, se non impreco non vinciamo!" "Allora impreca!” Tuonò il nostro ardito. Certamente questi episodi contribuirono ad alimentare il mito e la fama di questo personaggio che nei pochi anni del suo operato - si spense infatti nell'49 - lasciò a tutti il ricordo della sua prorompente vitalità.

Autore: Lucia Zavagno

 

 

 

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Il Run

 

 

E' arrivato il  Blog.

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E stato attivato  il nuovo blog di Istrago.  Il punto ideale per conoscere  tutte le curiosità sul nosto paese, un modo per confronarsi e per raccontare le proprie esperienze

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