Realizzare non solo promettere
Realizzare non solo promettere
Gia nel numero 5 di questo nostro strumento di informazione avevamo lanciato un sasso nel cosiddetto stagno della burocrazia nostrana a proposito della volontà della popolazione di Istrago di avere a disposizione anch'essa, al pari di altre frazioni e del capoluogo, un'area ricreativa. Nel numero scorso (primavera di quest'anno) si citava tra le righe lo stanziamento da parte del Comune di una somma da utilizzare per l'acquisizione di un'area nell'ambito della frazione da destinare a strutture ricreative. La notizia risaliva al dicembre 1986, anche se per motivi di uscita di questo giornale è stata resa nota soltanto alcuni mesi dopo. Dopo di allora, il silenzio. Non vorremmo che succedesse come molte altre volte nel passato è successo, e cioè che le promesse, o presunte tali, cadano nel dimenticatoio. Queste poche righe, infatti, hanno il solo scopo di ricordare, a chi di dovere, che la realizzazione di una area ricreativa è un'esigenza URGENTE della popolazione di Istrago, al pari di altri servizi di pubblica utilità ancora insufficienti o mancanti, oltre che irrinunciabile. Speriamo con ciò una risposta definitiva, oltre che effettiva sul piano della realizzazione, al riguardo.
Festeggiamenti di Settembre
Quest'anno la tradizionale sagra ha avuto come cornice, dopo alcuni anni di 'latitanza', la piazza del paese. Dovendo fare un piccolo bilancio della stessa, dobbiamo dire che il risultato è stato soddisfacente (i dati in cifre saranno resi noti nel prossimo numero con la pubblicazione del bilancio del Circolo Culturale). Dobbiamo anche aggiungere della collaborazione con la Parrocchia, ripresa dopo diversi anni di totale assenza; speriamo che ciò sia di buon auspicio per gli anni a venire. Oltre agli appuntamenti consueti, come la tradizionale 'Corsa dai Mus', ed alcune novità, come la gara di ciclismo femminile '1° Trofeo lstrago', organizzata in collaborazione con l'associazione 'Pedala Spilimbergo", un cenno a parte merita la cena dei pensionati, cui hanno aderito una settantina di persone. Questo appuntamento si rinnova ormai da alcuni anni e si spera continui per altri anni ancora. Concludendo, vogliamo ringraziare tutti gli Istraghesi dei contributi e della collaborazione prestati per una sempre migliore riuscita di questi nostri Festeggiamenti.
La Fienagione
La struttura rurale dei paesi di un tempo era strettamente legata ai momenti della semina, del raccolto e del sostentamento degli animali da stalla i quali, essendo ancora lontani dall'avere a disposizione gli attuali foraggi e mangimi, venivano nutriti quasi esclusivamente col fieno raccolto nei campi. Di conseguenza i terreni che circondavano Istrago si erano venuti via via frazionando in appezzamenti più o meno estesi e così pure avvenne per la vasta prateria che si stendeva fra Istrago e Sequals. I nomi che distinguevano le proprietà erano a dir poco curiosi, ma servivano egregiamente per farsi capire quando si voleva distinguere un appezzamento dall'altro. Chi, per esempio, non ricorda ancora questi nomi: ‘Li compris’, ‘La riucia’, ‘La campagnuta,’ ‘Sisàr,’ ‘Cjamp di for’, ‘Fasolas,’ ‘Pràdulin,’ ‘Lis argilis,’ ‘La centa’, ‘Prat dai alt’, ‘Il Crist’, ‘La glesia’, ‘Il run’, ‘Li rivis’, ‘Li rois', ‘Lasù dalla bisuta’, ‘I palaus’, ‘Il prat di Mistruc’, ‘Lis angoris', ‘I1 prat dal pol’, ‘La tesa’ e ‘La comugna’, il cui ricavato in fieno era destinato alla Chiesa? I1 raccolto era però molto scarso, data la povertà del suolo che era magro e sassoso, e non di rado in prateria si ammucchiavano ai bordi dei prati sassi anche di notevoli dimensioni estirpati dal terreno in quanto la loro presenza in superficie ostacolava la falciatura. Gli uomini partivano verso le tre, quattro del mattino poichè con la rugiada depositatasi durante la notte sull'erba il taglio era facilitato; portavano con sè la falce dal lungo manico di legno e la "cut", ossia la pietra con cui affilarla di tanto in tanto mentre falciavano. Le donne, accompagnate dai bambini, arrivavano sul posto verso le otto con forche e rastrelli e pure con la merenda costituita da formaggio, salame, fette di polenta e vino con cui ristoravano gli uomini; poi, curve sotto i larghi cappelli di paglia, spandevano l'erba tagliata affinchè si arieggiasse il più possibile. I bambini intanto si divertivano giocando nell'acqua delle rogge, rincorrendosi fra gli alberi o andando in cerca di frutti selvatici. Verso le undici le donne facevano ritorno a piedi verso casa dove una persona si occupava della preparazione del pranzo che consisteva quasi generalmente in minestra di fagioli, fagioli e patate, formaggio, polenta e musét e vino. Tornavano quindi le donne con il pranzo appresso al campo e così tutti potevano finalmente sedere all'ombra degli alberi per mangiare e riposare un poco nelle ore più calde. Nel pomeriggio, mentre gli uomini continuavano lo sfalcio, le donne formavano con l 'ausilio del rastrello le cosiddette ‘codis’, in modo da agevolare verso sera la preparazione dei covoni. Nei giorni successivi il fieno veniva nuovamente sparpagliato sul campo perchè si seccasse, avendo però sempre la cura di ricomporlo in covoni verso sera per proteggerlo dall'umidità. Quando il fieno si era completamente seccato veniva trasportato a casa su di un carro trainato da buoi. Caricare di fieno il carro era un'operazione da effettuare con maestria, tuttavia per evitare i1 pericolo di una caduta del carico si usava agganciare alla scaletta anteriore un apposito braccio in legno chiamato ‘jubal’, la cui funzione era quella di comprimere bene il fieno per tutta la durata del viaggio. Il "jubal" veniva fissato con una corda ad un rocchetto di legno chiamato 'tulin', che si trovava sulla parte posteriore del carro. Una persona doveva sempre stare vicina agli animali ed allontanare con una verga i 'tavans', insetti fastidiosissimi che pungevano il bestiame. Si partiva poi verso casa seduti sul carro, cantando in allegria. Giunti a casa, il foraggio veniva ammassato nel fienile ed andava così a costituire una preziosa riserva per la stagione invernale, durante la quale si somministrava al bestiame assieme al 'bevaron', sorta di impasto fatto di crusca di granoturco mescolata con acqua bollente. In quei tempi la prateria era ancora considerata un luogo selvaggio ed invivibile e perciò i 'pionieri' che per primi si costruirono le case ebbero il ben meritato titolo di 'Re dai claps' e 'Regina dali cavaletis', il che fa ben immaginare da cosa fosse popolato il loro solitario regno. Adesso al loro posto dominano fiorenti centri di frutticoltura ed alcune aziende agricole, sorte negli ultimi anni, che hanno praticamente mutato, se non del tutto cancellato, l'antico paesaggio. Ma la vecchia prateria sopravvive, chissà ancora per quanto, nei pochi prati rimasti incolti, dove il profumo dei fiori selvatici ed il canto dei grilli e delle cicale ci riportano subito con la mente al passato, quando qui soltanto il sole e le distese aride e sconfinate dominavano l'orizzonte.