Run numero 5  -  Maggio 1986

     Giochi di un tempo

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giochi di un tempo


I bambini di tutto il mondo si divertono sempre ad imitare il mondo degli adulti o ad inventarsene uno di proprio ove rifugiarsi come in un'oasi di tranquillità, ben lontani dai piccoli ma fastidiosi doveri imposti loro dai genitori. A tutto questo non si son certo sottratti i bimbi di un tempo, che però avevano a disposizione mezzi e materiali più rudimentali di quelli di oggi. Ed è così che sono nati tanti giochi di piazza, di cortile e di gruppo, che trovavano più nel numero dei partecipanti che nella effettiva qualità degli strumenti di gioco la loro ragione di esistere. Le bambine, per appagare il loro desiderio di essere delle piccole mammine, si costruivano rozze bambole di pezza riempite di crusca e rifinite con qualche gugliata di filo. I capelli erano costituiti da pochi fili di lana o dalla barba delle pannocchie, occhi e bocca venivano dipinti con l'inchiostro ed umili vestitini, ritagliati da chissà quali pezze di abiti smessi, formavano il loro misero corredo. Quando la bella stagione lo permetteva, i ragazzi si davano appuntamento all'aperto per giocare a "macja", in cui un ragazzo prescelto doveva rincorrere e toccare tutti gli altri, catturandoli in tal modo simbolicamente. Si giocava pure a "cucuc", il noto gioco che dava il tempo ai ragazzini di nascondersi nei posti più disparati, finché uno di loro veniva scoperto e si alternava nella ricerca. Il gioco dei muàrs consisteva invece nell' allineare una fila di barattoli contro i quali venivano scagliati dei sassi piatti chiamati "slaveris". Il primo barattolo che cadeva era "morto" e veniva eliminato. Vinceva chi riusciva a buttarli giù tutti in una sola volta. Anche giocare a "balutis" era molto diffuso e poteva essere fatto singolarmente oppure a squadre. Le biglie, inizialmente di terracotta smaltata e poi di vetro colorato, dovevano essere lanciate dentro una buca appositamente preparata; chi riusciva a centrarla era il vincitore. Anni addietro, sulle scatole dei fiammiferi c'erano delle figurine di vario tipo: le si staccava e le si appoggiava tutte assieme su di un oggetto e chi le faceva cadere, lanciando verso di esse un sasso, ne entrava in possesso. Divertente era giocare a "mussa" e consisteva nel saltare con le mani sul dorso di un ragazzo piegato su se stesso, che a sua volta ripeteva l'operazione; vinceva la squadra che aveva più resistenza. Le ragazze invece preferivano giocare a "campo"; questo era basato sull'equilibrio da mantenere nell'attraversamento di caselle prestabilite segnate sul selciato. I più piccoli amavano "niciulasi" su di una tavoletta appesa sui rami degli alberi. D'estate, nei freschi anfratti dei boschetti, i ragazzi costruivano casette di muschio e rappresentavano scene di vita familiare. Anche la "gjata uarba" era un gioco assai diffuso: si bendava un concorrente che doveva poi riuscire ad acchiappare chi lo avrebbe poi sostituito. I bambini, poi, erano particolarmente incuriositi dal cosiddetto "paga-vede" ossia una figurina, un coccio colorato, un santino, accuratamente celati in una scatoletta e chi voleva avere il privilegio di scoprire la piccola "meraviglia" doveva pagare un pegno come noci, mele ed altre cose del genere. Altri divertimenti erano costituiti da trottole di legno, trampoli, leve e cerchioni di bicicletta, quest'ultimi sospinti con l'ausilio di un lungo ferro ricurvo. I cavallucci a dondolo erano invece esclusiva dei figli delle classi più abbienti. Se faceva molto caldo ci si recava a nuotare nella roggia, mentre durante l'inverno si slittava con "lis tamidis". Sempre d'inverno ci si rinchiudeva nelle stalle a giocare a tombola, a dama e a tria. Ma il vero spasso per i bambini era costituito anche da qualche piccolo dispettuccio e ci si ricorda ancora di quando si andava a spaventare le persone che abitavano da sole con una zucca svuotata e forata con una candela al suo interno che faceva risaltare i tratti minacciosi; e poi via di corsa, assaporando quel misto di gioia di vivere e di trasgressione che è tipico dell'infanzia. Giochi semplici e poveri, se vogliamo, ma densi di significato e ricchi di quella voglia di stare insieme che oggi rischiamo di perdere.

Autore:  Lucia Zavagno   

 

 

 

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