Tradizioni Pasquali
Ulìf sùt, ufs bagnàs! Domenie cu l’ulìf, ogni ucel il so nìt! Se al plùf vinari sant, al ven sùt dùt el an! Setemene sante, ‘e ciape ogni plante! Le festività pasquali, strettamente legate al risveglio della natura, erano un tempo molto sentite e venivano celebrate con riti particolari che sopravvivono in parte anche oggi, specialmente nei piccoli paesi come il nostro. Il periodo che va dall'ultimo giorno di Carnevale a quello di Pasqua era un tempo simboleggiato da uno spago con tanti nodi quanti i giorni della Quaresima. Bruciandone uno ad uno e recitando contemporaneamente un numero sempre decrescente di Paternoster si finiva così con l'arrivare alla festività pasquale. La Domenica delle Palme si benedivano i rami d'ulivo, quindi seguiva una breve processione attorno alla chiesa ed al cimitero limitrofo. Durante la Settimana Santa ognuno rispettava la cosiddetta "ora di adorazione", che consisteva nel dedicare un'ora del proprio tempo alla veglia del Cristo morente. Il Giovedì Santo, verso sera, si teneva una particolare funzione nel corso della quale veniva acceso un candelabro di forma piramidale a più bracci e, man mano che le preghiere si susseguivano, venivano spente alternativamente una candela a destra ed una a sinistra, sino a giungere alla sommità del candelabro. Quando l'ultima candela veniva spenta, le campane non suonavano più, in segno di lutto per la morte di Cristo e riprendevano a suonare soltanto il Sabato Santo. Per chiamare i fedeli alle funzioni si usavano "lis craciulis", oggetti in legno di varie dimensioni, dal caratteristico gracidante rumore, costruite dalla gente del luogo. Il Venerdi' Santo non ci si recava a lavorare nei campi e si osservava uno stretto digiuno. Nell'Ancona veniva preparato un tappeto composto di muschio, erica, fiori e lumini su cui veniva posto il croci- fisso, a simboleggiare il Calvario su cui Gesu' mori'. Verso le tre del pomeriggio, ora della morte di Cristo, si celebrava una funzione e alla sera, dopo la liturgia della Passione, si svolgeva una mesta processione in cui si portava il crocifisso per le strade del paese. Tutti i balconi delle case erano ornati di fiori e lumini che nella oscurita' creavano un effetto molto suggestivo. Sabato Santo, verso le dieci del mattino, le campane iniziavano a suonare, annunciando la Resurrezione, e lutti correvano a bagnarsi mani e viso presso le fontane del paese in segno di purificazione. I bambini dipingevano le uova sode con i pochi colori naturali a loro disposizione: l'azzurro era ottenuto dai fiori chiamati "panolutis", il rosso da vecchi stracci, il verde dall'erba, il giallo dalla buccia di cipolla, il marrone dai fondi di caffe'. Il giorno di Pasqua, dopo la messa, gli uomini praticavano in piazza e nelle strade del paese il gioco chiamato "trai ai ufs". Impegnando pochi centesimi, venivano autorizzati a lanciare una moneta contro una fila di uova appositamente allineate e chi riusciva a centrarne uno poteva mangiarselo. Un'alternativa a questo gioco era costituita dalle bocce, con cui si svolgevano gare sempre all'aperto. Il Lunedi' dell'Angelo era tempo di merende fuori casa ed i ragazzi partivano verso le rive del Tagliamento o in collina portandosi appresso uova sode e radicchio novello. Le festivita' pasquali coincidono in genere con la ripresa della vegetazione e cominciano a crescere nei prati le prime tenere erbette, ricercatissime dalle massaie per la preparazione di gustosissimi piatti. Tali erbe hanno i popolari nomi di radichessa, confolon, argielut, sclopit, cesaruta buna e cesaruta mata, orela di giat, congras, latisoi, conigiat. Con esse si prepara il cosiddetto "pistum', ottimo consumato da solo, oppure per insaporire risotti e frittate.
I bachi da seta a Istrago
Anche ad Istrago, come in altri paesi situati in campagna, la gente ha sempre cercato di darsi da fare per potersi guadagnare la giornata. Chi faceva il fabbro, chi aggiustava scarpe, altri avevano il negozio e l'osteria, altri accudivano le mucche; tanti e specialmente, i più giovani, sono andati a lavorare in giro per il mondo. Ma l'attività che più portava sostentamento alle famiglie era quella di tenere i bachi da seta. Oggi, ormai quel genere di allevamento è del tutto scomparso, a causa del petrolio e dai suoi derivati sintetici. Senza dubbio è un benessere per l'umanità fare mais, fagioli e altre cose senza tanto lavorare, ma con i bachi da seta abbiamo perso un'altra delle più interessanti attività agricole, che comprendeva un periodo poco più lungo di un mese. I bachi da seta, si diceva che provenissero dall'Oriente e che li avessero importati come uova, una volta distribuiti nelle varie zone, la gente ha cominciato a mantenerli. Verso la fine di aprile, quando la foglia degli alberi era già bella, la gente andava nelle filande a comprarli, e in base al luogo e alla foglia disponibile, comperavano più o meno once. Le uova erano in una speciale carta e quando nascevano, uscivano dai buchi di quest’ultima e subito dopo che erano nati, si mettevano in una specie di griglia con la dovuta etichetta. Poco dopo si cambiavano di griglia e si incominciava a dargli le prime foglie, ben tagliate. Questo lavoro durava 8 giorni, dopo di che si addormentavano. Altri 8 giorni di grosse foglie, poi un’altra dormita e così per 4 volte. Succedeva che qualche volta piovesse allora bisognava tagliare i rami delle piante e farli asciugare in un luogo riparato in modo da dare ai bachi le foglie asciutte. Quando si svegliavano dalla quarta dormita, si mettevano sui tavoli per altri 8 giorni e quando cominciavano a diventare trasparenti sotto la gola, erano pronti per filare la seta. A questo punto, si facevano dei fasci di rami di gelso con paglia e foglie e i bachi andavano lì per fare il bozzolo. Dopo circa 8- -10 giorni, avevano finito di filare, allora le donne incaricate li raccoglievano per essere venduti alle filande dove venivano lavorati per trasformarli in fazzoletti, vestiti e altre stoffe di seta. In montagna, invece, li tenevano per fare la semenza, ma invece di vendere i bozzoli li portavano al bacologico, dove facevano una scelta rigorosissima, venivano messi uno per uno nelle casse chiuse con una rete; quando le farfalle, dopo circa 20 giorni nascevano, si aprivano le reti delle casse in modo che si svolgesse l'accoppiamento. Questa era la semenza pura ma per venderli bisognava fare un'ulteriore incrocio, essendo poi più resistenti. Le femmine accoppiate venivano :messe nelle casse per poter fare le uova, finita l'espulsione, una per una, venivano schiuse e le si guardava al microscopio, se erano buone si tenevano anche le uova, si lavavano e si mettevano nei frigo per incominciare poi la sequenza della seta, se invece le farfalle erano ammalate, si buttava via tutto. Certe volte, qualche poveretto, dopo che li aveva allevati fino ad essere quasi pronti per fare la seta, morivano e doveva buttare via tutto, dopo aver lavorato e speso soldi e sudore. Ma questo purtroppo era l'inconveniente di questo faticoso lavoro.